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                      Il settimanale del Movimento


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Redazione

Quanto guadagnano i nostri rappresentanti.


Attualmente i deputati hanno diritto a un’indennità lorda di 11.703 euro. Al netto sono 5.346,54 euro mensili più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro. Ad essi si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti.

I senatori invece ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti.

Facendo un rapido calcolo e senza considerare le eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati.

Uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari in Europa ha calcolato che il costo di un parlamentare italiano è di circa 120.500 sterline all’anno. Praticamente il doppio dei colleghi inglesi che percepiscono 66.000 sterline, molto di più di quelli dei politici tedeschi e francesi e addirittura sei volte tanto di quelli spagnoli.

I tentativi di diminuire gli stipendi

Nella scorsa legislatura il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta di legge per dimezzare almeno le indennità, che sono una delle voci di spesa che alla fine dei conti pesano più di tutte al bilancio finale.

Un tentativo di taglio degli stipendi di deputati e senatori venne intrapreso anche nel 2011, quando l’allora presidente del Consiglio Mario Montiincaricò una Commissione di livellare le retribuzioni delle cariche pubbliche alla media europea: dopo qualche mese l’iniziativa si concluse con un nulla di fatto.

La riforma costituzionale del governo Renzi avrebbe invece eliminato le indennità dei senatori, tuttavia un documento che sta circolando in questi giorni in Parlamento sulla necessità di concludere “il processo di armonizzazione delle discipline relative al trattamento giuridico ed economico dei senatori e dei deputati in vista della creazione dello status unico dei parlamentari” sembrerebbe voler salvare stipendi e rimborsi.

Gli stipendi dei parlamentari e quanto in concreto guadagnano deputati e senatori rimane quindi una questione, ma lo è da sempre, sulla quale è alta l’attenzione dell’opinione pubblica.


Il punto.
Dopo il 1994, anno di epurazione socio istituzionale, il panorama Repubblicano ha perso colore, degradando a semplice visione grigiastra.
In quell'anno il potere magistratuale mostrò i propri muscoli e decimò, non solo, corrotti e corruttori, beneficiari e finanziatori, gregari e mandanti ma, giunse anche a ferire la Repubblica, ancora esanime per quel fatal colpo.
Da quell' anno si sono susseguiti tentativi sterili di instaurare nuovi asset e sistemi di rappresentanza e di governo.
Nessuno ha considerato che una classe dirigente non poteva essere sostituita in quel modo così violento e conseguentemente, nuovi operatori e falsi profeti hanno riempito spazi istituzionali improvvisando, sostituendo i valori cui eravamo cresciuti, con i miti del benessere economico e lobbista che pian piano hanno cancerizzato l'essenza nazionale come costituita.
Quel virus ha toccato le fondamenta della Costituzione e della Repubblica passando, in norme fino allora sconosciute, così abbiamo assistito alla Bicamerale, a sistemi bipolari, maggioritari, misti ed infine un sistema semipresidenziale atipico, anzi unico.
Si, perché è la terza volta credo, che andiamo a votare indirettamente un leader di coalizione che si arroga per prassi e non per diritto facoltà legittimanti, quasi a giustificare un incapacità a stabilire le regole secondo manuale.
Eppure su quel sistema corruttivo, causa nell'anno domini 1994 di quel fatal gesto, ha trovato terreno fertile il nuovo illegittimo e degradato sistema attuale, economico bancario e mediatico, mai partorito ma inseminato sul filo logico del neo liberismo di Schumann che ha messo radici forti, e le cui foglie esposte al vento popolare (i rappresentanti del popolo) si rinnovano alle esigenze eco finanziarie e non col soffio naturale dell' esigenza nazionale ormai solo appendice del contesto.
Nessuno ha colpe, eppure, il tentativo estremo di pulizia etnica, insieme alla corruzione mai sopita, ha trasportato la nazione nel Medioevo.
Sembra nessuno s'accorga della visone distorta e sembra non vedersi che il Popolo Sovrano ha perso vigore, su ciò che di sacro ha conquistato.
"La piazza" ed il "palazzo", parlano due lingue diverse e, della corruzione morale sembra nessuno voglia interessarsi, remore del passato ancora vivo che, lascia ancora spazio a rappresentanti privi di identità e di resistenza al tempo.
Nessuno ha il coraggio di voler guardare in volto la Repubblica sfregiata perché nessuno sembra avere occhi neanche per vedere come langue il popolo.
Eppure le "bocche" aperte a nuove prospettive economiche e di privilegio adulano i poteri pronti a lanciare viveri ai cani sotto porta, perché facciano la guardia alle porte delle istituzioni e tengano lontani populismi di massa.
Questo sistema è migliore del precedente, nessuno prende parte e si sbilancia e tutti si mettono in fila quando i social ed i media lo vogliono.
In questo perverso gioco dunque, anche i mezzi d'informazione figli d'una libertà, hanno abdicato, e sono servi del meccanismo lobbista che alimenta le loro esigenze.
La portata del danno al sistema, che nel 94 ha inaugurato una nuova dirigenza a quella giudicata forse troppo in fretta e forse sommariamente, è figlia d'una volontà precisa, che pian piano esce allo scoperto.
E dentro quel " vuoto ", voluto ed ottenuto, una generazione s'è cresciuta senza istruzione alcuna.
Adesso gli Italiani, con il loro "pezzo" di Sovranità tra le mani, attendono solo che qualcuno rinvigorisca l'albero della Libertà.
Ma la libertà necessità del sacrificio di persone giuste capaci di nutrirla.
I poteri dello stato si sono scontrati ed il sovrano sin oggi ha osservato.
Il domani lo scriverà chi lo vivrà.
Dio protegga la nostra nazione.
Giuseppe Trizzino

Economia: Disoccupazione e stagnazione, non solo crisi sociale ma di identità nazionale.

L’economia italiana sarebbe cresciuta dell’1,4% nel 2017, in linea con le previsioni del governo, ma forse un decimale in meno di quelle degli istituti indipendenti.

Purtuttavia, quello passato è stato l’anno con il maggiore tasso di crescita dal 2010, cosa che la dice lunga sui ritmi lenti della nostra economia.

Il dato in sé positivo andrebbe letto con molta meno enfasi di quella che i nostri politici cercano di ostentare per sostenere il racconto di una ripresa in atto.

Perché se questa la chiamano ripresa c’è da preoccuparsi

Crollo pil e lavoro solo a termine

Come sappiamo dall’Istat, al termine del 2017 il pil italiano restava del 5,7% più basso di quello del 2007, ultimo anno prima della crisi mondiale e in cui abbiamo prodotto il massimo livello di ricchezza.

Rispetto ad allora, risulta arretrato dell’8,2% anche il pil pro-capite.

La differenza con il pil risiede nel fatto che nel frattempo la popolazione residente è di poco aumentata (+2,5%).

Ebbene, nello stesso periodo, il pil pro-capite spagnolo è tornato ai livelli pre-crisi, quello tedesco è salito del 9,3%, quello francese dell’1,8% e nel Regno Unito del 3,1%. La media dell’Eurozona è stata nel decennio del +2,7%. Dunque, tutti gli altri hanno compiuto passi in avanti e noi abbiamo indietreggiato e pure di parecchio. Rispetto a un cittadino medio dell’Eurozona, in 10 anni siamo andati indietro di circa l’11%. Disarmante il confronto con i tedeschi: -17,5%.

La produzione industriale in 10 anni è crollata del 16,3% e ciò ha avuto ripercussioni negative sul mercato del lavoro, con il tasso di disoccupazione quasi raddoppiata tra il 2007 e il 2013, scendendo negli ultimi 4 anni di poco più del 2%, ma restando nei dintorni dell’11%, circa il 2% in più rispetto alla media dell’Eurozona.

Quanto all’occupazione, se Germania e Regno Unito superano tassi del 75%, la Francia sfiora il 66% e la Spagna si attesta al 62,5%, in Italia non si va oltre il 58%, stessa percentuale record pre-crisi del 2008, ma distante dalle altre economie avanzate. Innegabile come ad avere incentivato la ripresa degli occupati sia stato il Jobs Act, varato dal governo Renzi con due provvedimenti legislativi nel corso del 2014 e con effetti pieni a decorrere dal 2015. Da allora, risulta essere stato creato 1 milione di posti di lavoro, di cui 585.000 a tempo determinato, tuttavia. E’ dalla metà dello scorso anno che gli occupati temporanei cumulati dal Jobs Act in poi rappresentano più della metà del totale, ovvero man mano che gli effetti della decontribuzione e gli incentivi legati alla graduale applicazione delle tutele dell’art.18 sono venuti meno. All’inizio del 2016, i contratti accesi a tempo indeterminato rappresentavano ancora quasi l’85% del totale cumulato.

L’Istat ha fornito le stime preliminari sul tasso di disoccupazione in Italia a maggio, tornato a salire all’11,3% dall’11,1% di aprile. Tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, la percentuale di chi è in cerca di un lavoro è anch’essa aumentata al 37%. Scarsi i progressi nei 12 mesi.

Almeno 1,5 milioni di giovani non studia e non lavora

Il tasso di occupazione per questa fascia di età è di appena il 17,2%, pari a 1.013.000 persone. Questo significa che a fronte di circa 5,9 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni, lavora poco più di un sesto. Pur volendo tenere in considerazione che quasi 2 milioni sono studenti iscritti a un istituto di istruzione secondaria e che altri 1,5 milioni risulterebbe frequentare un corso universitario, resterebbe un “buco” da circa 1,5 milioni di giovani, che a quanto pare non studia e non lavora. E il dato sarebbe sottostimato, perché gli studenti universitari sono 1,5 milioni, ma tra di loro una fetta rientra nella classe di età superiore ai 25 anni.

Nel Ricordo di un Patriota.


Giuseppe Mazzini è considerato un politico e filosofo molto importante nella storia italiana in quanto con le sue idee ha contribuito alla nascita di uno stato unitario. Per questo si parla di Mazzini come di uno dei padri della patria. Nato a Genova il 22 giugno 1805, all'età di 14 anni si è iscritto alla Facoltà di Medicina a Genova, per seguire il volere del padre. Ma ha abbandonato presto gli studi medici per iscriversi a Legge. Dopo i moti del 1821, Mazzini ha iniziato a sviluppare l'idea che era necessario lottare per la libertà della patria. Ha iniziato il praticantato in uno studio professionale, mentre svolgeva il lavoro di giornalista presso l'Indicatore genovese.

Nel 1826 ha scritto il saggio letterario "Dell'amor patrio di Dante", che è stato pubblicato nel 1837. Il 6 aprile 1827 si è laureato in Diritto civile e diritto canonico ed è diventato membro della carboneria. A causa della sua attività rivoluzionaria è dovuto fuggire in Francia, dove ha dato vita, nel 1831, alla Giovine Italia, associazione politica che aveva come obiettivo quello di riunire gli stati italiani un una sola repubblica e liberare il popolo italiano dagli invasori stranieri. In seguito ha fondato altri movimenti politici con lo scopo di liberare ed unificare altri stati europei: la Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Europa.

Nel 1866 Mazzini era candidato alle elezioni di Messina per la scelta dei deputati del nuovo parlamento di Firenze, ma non ha potuto fare campagna elettorale perché era in esilio a Londra. Sulla sua testa pendevano infatti due condanne a morte: una a Genova per i moti del 1857 ed una a Parigi per complicità in un attentato contro Luigi Napoleone. Mazzini ha vinto le elezioni, ma la sua vittoria è stata annullata a causa delle condanne precedenti. Due mesi dopo gli elettori sono stati richiamati alle urne ed hanno scelto di nuovo Mazzini. La sua vittoria è stata annullata per la seconda volta. Dopo le terza elezione e la sua terza vittoria, la Camera non ha potuto fare altro che convalidare il risultato. Mazzini ha però rifiutato l'incarico perché non voleva giurare fedeltà allo Statuto albertino.

Nel 1868 si è trasferito a Lugano e nel 1870, dopo aver ottenuto l'amnistia, è rientrato in Italia per dedicarsi all'organizzazione di nuovi moti popolari. Il 14 agosto è stato arrestato a Palermo ed è stato condotto nel carcere militare di Gaeta. Esiliato nuovamente, è poi riuscito a rientrare a Pisa, con il falso nome di Giorgio Brown, il 7 febbraio 1872. A Pisa è morto il 10 marzo 1872.

Il suo pensiero politico era animato da una profonda ispirazione religiosa. Secondo Mazzini, infatti, era nella coscienza del popolo che si manifestava potentemente la volontà di Dio e ad ogni popolo Dio aveva affidato direttamente una missione per il progresso generale dell'Umanità. Tutti i popoli hanno quindi il diritto di libertà e quando sono oppressi, è loro supremo dovere quello di riconquistare la loro patria anche attraverso la rivoluzione. Proprio per questo il popolo italiano doveva adempiere alla propria missione e lottare contro l'Austria per la liberazione dei popoli oppressi e la creazione di una nuova Europa unita e democratica. La libertà e l'indipendenza di una nazione si raggiungono infatti attraverso il sacrificio e l'opera concorde di tutto il popolo. Mazzini ha quindi proclamato che fosse condizione necessaria per l'esistenza e il progresso di una nazione l'Unità, mentre l'unica forma legittima di governo fosse la Repubblica nella quale si esprimeva in tutta la sua pienezza la volontà del popolo.

QUANTO COSTA LA CAMERA DEI DEPUTATI... E GLI ITALIANI MUOIONO DI FAME .


Nel bilancio di previsione della Camera per il triennio 2017-2019 possiamo verificare il totale delle spese di Montecitorio. Le spese previste per il 2018 sono stimate in 974.689.071 euro, un "miliardo circa"

Il bilancio si divide più o meno a metà tra spese per il funzionamento e spese per le pensioni di ex deputati e dipendenti. Infatti, 538,4 milioni vanno nelle "Spese correnti di funzionamento", 413,16 milioni di euro sono spese previdenziali (circa 140 milioni di pensioni per gli ex deputati e 270 milioni di pensioni per ex dipendenti di Montecitorio). Il restante sono spese in conto capitale.

Tra le principali spese correnti di funzionamento possiamo citare i circa 80 milioni di euro per le indennità e quasi 65 milioni per i rimborsi spese dei parlamentari in carica; quasi 180 milioni per la retribuzione del personale della Camera; 31,5 milioni di contributi ai gruppi parlamentari.

Anche nel 2017 e nel 2019 la spesa prevista di Montecitorio era stata simile, arrivando rispettivamente a un miliardo e 30 milioni e a 973,9 milioni.

Un confronto con l'estero

Per cercare di capire se i costi della Camera italiana siano anomali o meno abbiamo controllato il costo delle "camere basse" degli altri principali Paesi occidentali.

Il paragone è solo a grandi linee, perché la contabilità delle spese delle camere basse varia molto da Paese a Paese. Ad esempio in Spagna - come vedremo il Paese che ha la spesa più bassa per la sua camera - non vengono contabilizzate le pensioni di deputati e dipendenti. Altri Paesi potrebbero considerare, o non considerare, altre voci di spesa rispetto all'Italia nel bilancio. Dunque non è possibile trarre conclusioni definitive dai semplici numeri grezzi sul numero di deputati e sul costo complessivo delle camere basse di ogni Paese.

Detto questo, nel Regno Unito la House of Commons, composta da 650 membri (20 in più dei 630 deputati di Montecitorio) ha avuto, nel 2016/2017, risorse pari a 226,9 milioni di sterline, corrispondenti (a circa 260 milioni di euro. Poco più di un quarto di quanto l'Italia spenda per la Camera.

Negli Stati Uniti la House of Representatives, composta da 435 membri, nel 2017 ha avuto risorse federali per 1,291 miliardi di dollari, corrispondenti a circa un miliardo e 50 milioni di euro. Leggermente più - ma con meno membri - di quanto spenda Montecitorio.

In Francia la Assemblée Nationale, composta da 577 membri, nel 2017 ha avuto risorse pari a 517,89 milioni di euro.

In Spagna il Congreso de los Diputados, composto da 350 membri, nel 2017 ha avuto risorse pari ad appena 85,517 milioni di euro.

Conclusione

Indichiamo un dato corretto, stimando il costo della Camera dei deputati in circa un miliardo di euro all'anno. La voce più consistente sono le pensioni degli ex dipendenti di Montecitorio, che da sole pesano per oltre un quarto del totale. Dei Paesi considerati nel confronto internazionale, solo gli Stati Uniti spendono di più per la propria camera bassa, mentre gli altri spendono tutti di meno. Poco più della metà la Francia, circa un quarto il Regno Unito e meno di un decimo la Spagna.


Il tentativo fallito dell'UE di unire i poteri senza unire i Popoli

Sovranità, Nazioni, Popolo.

"L'estensione dello stato nazione, come forma storica d'organizzazione politica accompagna la genesi e il trionfo del capitalismo su scala

mondiale.

Il suo sviluppo è il risultato di una dialettica, diversa nei vari paesi, tra l'unificazione dei mercati, la costruzione delle istituzioni statali e la formazione delle nazioni.

La nazione non è, dunque, un'entità originaria, cui lo stato da forma, bensì il risultato di un'operazione d'unificazione territoriale, amministrativa e culturale-linguistica. La coscienza nazionale fornisce, inoltre, allo stato territoriale, "il substrato culturale che

assicura la solidarietà cittadina" (Habermas).

Appare evidente oggi come il mercato globale ha avuto un effetto negativo; gli stati non hanno avuto né il tempo, né i mezzi per dar vita a una ridistribuzione sociale, che permettesse di consolidare uno spazio pubblico e una società civile attiva. La formazione degli stati nazione si sarebbe così arenata, secondo Balibar, nella gran parte del pianeta.

Il diritto internazionale che si è formato a partire dal XVII secolo, basato sull'egemonia è rimasto fondamentalmente un diritto interstatale incentrato sui trattati. Questa morfologia resta dominante, malgrado l'attuale processo di globalizzazione.

L'Onu è un'assemblea di stati e il suo Consiglio di sicurezza permanente è un club esclusivo, formato dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Le decisioni dei vertici, come quelle di Kyoto sull'ambiente e di Roma (per l'istituzione di una Corte penale internazionale permanente) vengono rimesse alla ratifica dei singoli stati.

L'Unione europea rappresenta anch'essa un compromesso istituzionale, tra un ordine interstatale indebolito e un ordine sovranazionale emergente.

In questa fase di transizione a rischio, il mondo è chiamato, perciò, a barcamenarsi tra il diritto degli stati e un diritto cosmopolitico in formazione. Nell'assenza di un potere legislativo internazionale, questa transizione favorisce il diritto del più forte, imponendosi con la complicità dell'Onu, quando è possibile, e senza, quando questo non è possibile (come affermò chiaramente Madeleine Albright, durante la guerra nei Balcani).

Più lo s'invoca, più il diritto internazionale appare problematico e incerto.

Gli equivoci del "diritto d'ingerenza" ben esemplificano questa contraddizione. I suoi sostenitori esitano tra la nozione giuridica del diritto e quella, morale, del dovere di ingerenza. La proclamazione di questo nuovo diritto è vista come elemento che sancisce il tramonto della sovranità nazionale, a fronte dell'universalità sempre più riconosciuta dei "diritti umani". In realtà, questo diritto di ingerenza a senso unico, che oscilla dal piano umanitario a quello militare, si riduce sostanzialmente all'intervento dei potenti negli affari dei paesi più deboli, senza alcuna reciprocità. Si traduce, in altre parole, in un alibi etico per il nuovo dominio imperialista.

Tuttavia, non è soltanto il nazionalismo, come ideologia conservatrice della nazione, a essere in discussione. È in gioco anche l'altra faccia della sovranità, quella della legittimità popolare e democratica del potere. La crisi di sovranità colpisce, in effetti, stati che non si sono mai costituiti in nazioni sovrane, altri che non riescono a conservare la loro sovranità, e aliti ancora che aspirano a modificare la

gerarchia mondiale di dominio e dipendenza. Il "souveranisme" dei potenti gode di buona salute : esaltazione della potente Europa, ridefinizioni' dei mandati della Nato, interventi militari unilaterali, a tutte le latitudini, spesso senza legittimità internazionale.

Sotto l'onda d'urto della globalizzazione capitalistica, le categorie della politica moderna, ereditate dal secolo dei Lumi, vengono travolte :

nazioni, popoli, territori, frontiere, rappresentazioni.

È ciò che Habermas chiama la "dissoluzione progressiva della modernità organizzata". Non c'è quindi, alcun motivo per rallegrarsi, visto che questa globalizzazione finisce per rimettere in discussione "l'esistenza stessa della politica".

"Il cuore della crisi della sovranità, è la scomparsa del popolo e della dialettica tra potere costituente e potere istituito".

La nozione di popolo ha svolto una doppia funzione, come comunità immaginaria d'appartenenza e come soggetto collettivo della rappresentanza democratica. In questo concetto, in altri termini, si fondevano l'aspirazione a un universalismo democratico e l'esigenza di un'appartenenza nazionale particolare. Con la dissoluzione del popolo, entra in crisi la costruzione simbolica che ha trasformato lo

stato moderno in stato-nazione.

Svuotata di contenuti e obiettivi dalla privatizzazione del mondo, la sfera pubblica diventa un ectoplasma. A quest'erosione progressiva dello spazio pubblico e del bene comune, il "souverainisme" tenta di rispondere affermando che non esiste alcuna volontà generale

possibile, se non al livello di nazione. Si sarebbe, perciò, in una fase di transizione insostenibile, oltre la sovranità nazionale classica e prima dell'avvento di sovranità postnazionali, tutte da definire.

Nell'incertezza tra il "non più" e il "non ancora", si delineano risposte inquietanti. Da una parte, la regressione della nazione politica verso la nazione zoologica (o etnica), della legittimazione democratica verso la legittimazione genealogica, della comunità politica verso identità gregarie, frammentate, verso lo ius sanguinis.

La ricerca di nuovi spazi geopolitici, più ampi, è un altro possibile sbocco di tale situazione. In alcune regioni, per esempio il mondo arabo, la comunità dei credenti può apparire come una possibile alternativa al fallimento degli stati e dei sempre più fragili populismi nazionali. Questa confessionalizzazione della politica non è un'esclusiva del fondamentalismo islamico.

La difesa della nazione politica (civica e repubblicana) rappresenta per alcuni la sola terza via, tra il ripiegamento sulla nazione etnica e la dissoluzione della politica nel cosmopolitismo mercantile, tra comunitarismo da battaglia e cosmopolitismo umanitario. Questa via, alla

prova di questioni concrete come l'immigrazione, il diritto degli stranieri, il rapporto cittadinanza-nazionalità, si rivela estremamente improbabile. La formazione storica degli stati-nazione è avvenuta anche attraverso shock, come guerre e rivoluzioni. La scommessa di

una nuova forma di democrazia cosmopolita, di cui i diritti umani costituirebbero il quadro normativo, apparirebbe, al contrario, come la professione di fede di un razionalismo e di un universalismo astratto.

"È grazie alle loro costituzioni politiche che nascono i popoli" .

Questa confusione delle zone d'influenza, dei territori e delle frontiere, non si svolge mai amichevolmente. La guerra può venire dal ciclo, ma non nasce dal nulla ; globalizzandosi, si trasforma. È una guerra senza limiti, è la continuazione della politica con altri mezzi, nella

quale la proporzione tra mezzi e fini non ha più alcun senso.

La nuova fase della globalizzazione capitalistica e la sua dimensione bellica corrispondono a nuove forme politiche. La concentrazione della ricchezza, del capitale, del sapere, della potenza armata non è mai stata così forte. L'imperialismo non scompare, si trasforma per

l'effetto di una circolazione più vasta del capitale, delle merci, delle informazioni, della violenza. D'altronde, la segmentazione del mercato del lavoro, la frammentazione dei territori, la legge dello sviluppo diseguale permangono e si accentuano. La "deterritorializzazione" delle

nazioni determina nuove territorializzazioni continentali, regionali o tribali. Le frontiere si spostano, dalla periferia verso il centro (il Sud penetra nel Nord), ma non s'annullano. Le nuove frontiere, come quelle di Schengen, si ergono a "prigioni dorate". Che lo si chiami imperialismo o impero, si tratta comunque di un sistema di dominio allo stesso tempo economico, militare, culturale, ma anche ecologico, con la progressiva privatizzazione dei beni comuni.

Il cambiamento di dimensione, determinato dalla globalizzazione, non comporta il semplice passaggio dal livello nazionale a quello continentale. Gli spazi economici, giuridici, militari, ecologici non sono omogenei rispetto a tali cambiamenti. Ne risulta un sistema connotato da forti disuguaglianze non solo esogene, ma anche all'interno di ogni zona, basti pensare all'Europa a più velocità o a geometria variabile. La costruzione europea è un buon esempio delle contraddizioni che caratterizzano le sovranità democratiche emergenti. L'Europa resta "un problema politico irrisolto" che può trovare una soluzione inquietante nell'invenzione di una nuova "etnicità fittizia" o nell'invenzione di un nuovo concetto di popolo. Tale disegno europeista è però destinato a fallire, nella misura in cui la distruzione liberista dei legami di solidarietà sociale, lungi dal provocare la formazione di una nuova collettività politica, fomenta le paure, a difesa dell'identità, e determina la frattura tra l'eurofederalismo delle élite e l'euroscetticismo dei popoli.

Uno dei percorsi aperti dalla crisi delle sovranità nazionali consiste nella dissociazione delle nozioni di cittadinanza e nazionalità, ovvero la privatizzazione delle appartenenze nazionali (come vi è stata la privatizzazione delle appartenenze religiose), negli spazi pubblici

globali. La grande equazione moderna nazionalità uguale cittadinanza, inizia, in effetti, a funzionare "in senso contrario al suo significato democratico" .


Repubblica e Sovranità: due visioni a confronto con la Libertà.

A cura di Giuseppe Trizzino


L'art. 1 della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Pur nella sua brevità, questa è una delle disposizioni costituzionali più dense di significato.

In essa viene definita la struttura essenziale della Repubblica italiana, sia per quanto attiene al regime economico-politico (democratica e fondata sul lavoro), sia per quanto attiene alla forma di Stato (repubblicano e fondato sulla sovranità popolare).

È pacifico che la statuizione secondo la quale «l'Italia è una Repubblica» ha un valore meramente confermativo dell'esito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Altrettanto pacifico è che, con la locuzione «Repubblica democratica», i Costituenti, ferma restando l'appartenenza al popolo della sovranità, intendevano, con l'espressione "democratica", «indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di eguaglianza, senza dei quali non v'è democrazia» (così A. Fanfani, cofirmatario dell'emendamento G. Grassi, A. Moro, E. Tosato ed altri, nell'intervento del 22 marzo 1947).

L'accenno al lavoro come fondamento della Repubblica democratica ha invece suscitato problemi interpretativi anche dopo l'entrata in vigore della Costituzione, e ciò nonostante l'Assemblea costituente avesse respinto sia l'emendamento all'art. 1 Cost., secondo il quale «L'Italia è una repubblica democratica dei lavoratori» (G. Amendola, P. Togliatti), sia l'emendamento all'attuale art. 4 Cost., secondo il quale «Allo scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, lo Stato interverrà per coordinare e orientare l'attività produttiva dei singoli e di tutta la Nazione, secondo un piano che assicuri il massimo di utilità sociale». (M. Montagnana, G.C. Pajetta).

Nell'illustrazione del citato emendamento, l'on. Fanfani aveva infatti chiarito che con la locuzione "fondata sul lavoro", mentre da un lato si escludeva che la Repubblica potesse «fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui», dall'altro lato, respingendo l'interpretazione classista, si affermava che la Repubblica «si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale (...), sicché la massima espansione di questa massima comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere il massimo contributo alla prosperità comune».

Ad oggi, una via è d'obbligo: Se siamo una Repubblica ed il lavoro manca, significa che nella sostanza il popolo non è più sovrano oppure s'illude di vivere in una Repubblica.

L'idea che la sovranità dello Stato-nazione sia crollata sotto il peso della globalizzazione e sia ormai un guscio vuoto è da tempo una convinzione radicata nelle scienze politiche e sociali, che parlano apertamente di un'epoca di post-sovranità.

Tuttavia, la sovranità dello Stato ritrova un ultimo e irrinunciabile baluardo nella difesa del proprio diritto di vita: la libertà.

Ma come stanno le cose quando la sovranità è «popolare»?

Prima di essere sovrano, un popolo deve essere libero.

Per essere libero deve rispecchiarsi in dei principi comuni e seguire una regola morale comune, il bene degli altri, della nazione inteso come orgoglio personale ed intimo.

Libertà e sovranità viaggiano di pari passo, ma muovono non da insegnamenti o precetti, ma da vivi sentimenti patriottici innati.

Dov'è il sovrano oggi e dove il popolo...

I meccanismi adoperati per assopire sentimenti e passioni, ideali e valori sembrano averla vinta.

Genti di altre generazioni hanno sacrificato ogni cosa e non si sono piegati davanti a nessuna proposta di accordo, altri hanno scritto pagine immemorabili altri ancora l'hanno vissuta.

Tutti verso la stessa meta, l'albero della libertà, perchè se non si è dapprima liberi non si può pretendere la sovranità e senza sovrano nessuna Repubblica esiste e vive.

Oggi il potere costituito e delegittimato dal popolo ha, riproposto stessi gruppi di rappresentanza senza il vaglio popolare e si appresta ad essere confermato anche in assenza di consenso popolare a causa di meccanismi elettorali ingannevoli e privi di garanzie.

Questa non è libertà, non è neanche sovranità forse, nemmeno Repubblica.

Il tema della sovranità è il tema politico e culturale del nostro tempo.

È politico perché stiamo assistendo al tentativo da parte di tecnocrazie, élite globaliste, apparati burocratici senza volto e senza legittimità di sostituire la sovranità popolare con il dominio dei pochi; è culturale perché il principio di sovranità popolare fonda l'identità delle nazioni moderne e dei governi dei popoli: è la forma di espressione che ha dato all'Occidente libertà civili ed economiche, sviluppo e benessere.

L'attacco che oggi è sferrato alla sovranità popolare ad opera dei grandi poteri tecnocratici, è un attacco al valore stesso delle Libertà fondamentali, ridotta ad essere «un lusso che non possiamo più permetterci» come scrisse il Financial Times, il giornale dei banchieri e della grande finanza apolide, nel 2011, nei giorni in cui in Italia si consumava il complotto contro l'ultimo governo eletto.

Ridare un significato alla parola sovranità nell'epoca del dominio della Tecnica, è la grande sfida che regge il futuro della nostra Europa, in direzione delle libertà fondamentali.

Un giorno si sveglierà la piazza e dirigendo lo sguardo verso il palazzo, si riprenderà l'illegittimo spossessamento per nutrirsi della sete di indipendenza.



Unisciti al popolo in cammino e crea una sede  virtuale del movimento nella tua città.


"... La vita pubblica del paese appartiene a tutti, e restare fermi significa essere complici silenti del sistema corrotto"...


Non dimentico che siamo gli eredi legittimi dell'impero Romano, uno dei più grandi imperi del mondo.

Non dimentico che nel dopo guerra i nostri nonni hanno ricostruito l'America, la Germani, l'Inghilterra,la Francia ed altri stati europei ed americani.

Non dimentico perché dobbiamo sapere cosa siamo in grado di fare e quale sangue scorre nelle nostre vene.

Siamo Italiani, e la storia la muoviamo con i nostri passi.

Sappiamo creare, sappiamo scoprire, sappiamo gestire e sappiamo dare.

Oggi occorre riflettere con noi stessi anzitutto, una riflessione d'animo e di cuore.

Dopo avere riflettuto, occorre scegliere cosa fare, e l'alternativa è secca:

rimanere impassibili, lamentarci e subire le destinazioni delle Istituzioni ormai decadenti oppure, muoverci in direzione culturale, liberale e nazional sovranista.

Purtroppo le nostre istituzioni, non hanno colpe se non quella di essere in fin di vita, agonizzante ed inesorabilmente destinate a ricevere soccorso.

È una questione interna ed intestinale alla nostra società.

Derive populiste dilagano senza valori come bottiglie vuote utili, soltanto a far immaginare un nutrimento ideale che nella sostanza è assente.

Latitare a questa esigenza e richiesta di soccorso sociale, verso la nostra Repubblica sarebbe un crimine.

Ma allo stesso tempo serve risvegliare gli animi e riaccendere i sentimenti.

Le nostre capacità squarciano il tempo e vanno oltre lo spazio, e nella notte scura la fiammella della libertà d'esserci e di ritrovarsi rimane fioca ma accesa in attesa di essere alimentata per avvolgere la decadenza morale e ripristinare il potere in capo al sovrano legittimo: il popolo italiano.

Dobbiamo prendere subito un cammino condiviso e comune perché il titolo di nazione e di popolo italiano ci lega in un rapporto così profondo che nessuno può arrogarsi il diritto di scalfirlo.

Siamo popolo, siamo nazione, siamo comunità sovrana.

Una comunità di persone si eleva al rango di comunità organizzata quando si dà delle regole condivise e rispettate.

Una comunità organizzata col tempo si annida nel concetto di popolo, quando condivide dei valori all'interno di confini definiti.

Successivamente, individuati i tratti confinati, i valori e le regole condivise, s'innesta in essa il seme nazionale che unifica, attrae e salda tutte le cellule personali dell'IO comunità nel NOI nazione.

È un passaggio esongeno alla vita, appartiene ad un fenomeno culturale e sociale.

Si opera una fusione tra valori comuni cresciuti con il tempo, ed assumono carattere collettivo e di appartenenza come dei rapporti sanguigni.

Possiamo ricomprendere i costumi, le tradizioni, la lingua e gli interessi comuni.

Ma ancora una nazione deve compiere ulteriori metamorfosi.

La Nazione sta al cittadino come il cittadino sta al popolo.

Deve attendersi la nascita del sentimento verso il NOI comunità, rispecchiarsi nel volto della moltitudine e identificarsi nell'emozione di essere uno di tanti, diversamente si rimane un'accozzaglia di singole cellule impazzite ed ammalate senza fine ultimo, se non quello di autodifendersi.

La nazione muove i suoi passi, in modo unitario ed i suoi membri soffrono e gioiscono per ciò che accede di buono o cattivo per tutti.

Si partecipa e si procede nella stessa direzione che deve coincidere con l'alba della sovranità.

La sovranità a ben vedere è la regina di tutti gli status, che rende regale un popolo in cammino, ma un popolo partecipe.

Concede essa, un potere che deve essere esercitato e nutrito; di converso se questa meccanica viene meno, altri si sostituiranno al sovrano, ledendo non solo un diritto divino ma rilegando il sovrano a destinatario del potere.

La sovranità genera un diritto irrinunciabile, che dev'essere coltivata, conservata e custodita col sentimento nazionale.

Perché la sovranità sia completa, unita e compresa in tutto il popolo è necessaria una libertà di fondo.

Liberta personale e libertà di agire, nel movimento e nella autodeterminazione cosciente di essere ognuno parte di quel meccanismo liberale.

Dunque sono questi i passaggi che ci rendono un unico, un solo, ed un determinato popolo nazionale e sovrano.

Infine il popolo si riconosce in determinati valori Repubblicani quali ad esempio un codice di leggi comuni che sempre NOI dobbiamo salvaguardare.

Oggi questi caratteri etici e morali sono venuti meno.

Molti i motivi, tra cui la delega di poteri ampia alle istituzioni Repubblicane, la globalizzazione, l'unione europea e, l'azione delle lobby di potere volta ad immettere nella società attuale il virus dell'IO personale ed individuale che, per sua natura anti nazionale rispetto al NOI della nazione.

Mezzi d'informazione soprattutto, lavorano per spezzare il sentimento nazionale che è nella natura insito in ogni nostro nascituro ed in ogni anziano.

Attività subdola e silenziosa, vile e disonesta, che s'inserisce nelle nostre menti e piano piano ci educa a pensare solo al mio IO che si riduce ai nostri soli interessi e problemi familiari rendendoci insensibili a ciò che accade ai nostri fratelli italiani.

Questa divisione ci riporta ad essere una massa di cellule singole senza scopo e senza fine comune; invece per natura le cellule sono fatte per interagire e creare tessuti, organi e rendere vivo un organismo.

Ad oggi, la visione Italia è una massa, di genti sopita e drogata da un'informazione e da una cultura priva di prospettiva, definita popolo, nazione, stato sovrano, ma senza contenuto valoristico.

Ed è proprio questa assenza di valori e contenuti che permettono il dilagare della corruzione e l'immobilismo dei patrioti privi di una meta da raggiungere.

Secondo questa scuola di pensiero il popolo è reso sterile dal suo potere di sovrano e rimane rilegato nella posizione di destinatario silente del potere illegittimo di chi riesce a galleggiare nelle istituzioni della Repubblica.

Non conta più neanche il consenso elettorale perché al massimo il popolo potrebbe astenersi dal voto; ed in tal caso quei pochi votanti determinano comunque una maggioranza ed i gruppi di potere rimangono al loro posto, ma le istituzioni sono sempre più lacere e sanguinanti.

Ma quali istituzioni reggono ad un sistema sovrano in assenza del vigore popolare naturale per la sua sopravvivenza.

L'onda del mare popolare è calma finché non soffia il vento della libertà, dentro gli animi degli uomini liberi.

Tutti questi mali sono nati dopo il 1994, quando la cd I Repubblica venne a cadere per via di opinabili responsabilità oltremodo attribuite.

Quella fu, l'occasione per coprire anche parte di meccanismi istituzionali sani e integri di valori, con la compiacenza dell'opinione pubblica.

Dopo 24 anni, riecheggia un pensiero in solitudine nella nazione, rimpianto di statisti e uomini liberi, capaci di accendere gli animi e garantire equilibrio alla società.

Credetemi quella lacuna non si è mai colmata, nessun ricambio e nessun cambiamento ha portato all'Italia quella inquisizione sommaria.

Abbiamo vissuto 24 anni di buio, di silenzio istituzionale e di corruzione immorale, eppure sembra che vada tutto bene per la nostra amata nazione.

L'equilibrio è stato trovato, tra i poteri d'informazione e di esecuzione, tra l'economia e la finanza ed infine anche con i poteri popolari, ma non con il popolo.

Siamo stati capaci di subire in silenzio sistemi elettorali beceri e non rappresentativi, quali il bipolarismo e bipartitismo.

Ci siamo fatti togliere il sistema principe che affidava al proporzionale la presenza e rappresentanza di tutti gli strati della società italiana.

Abbiamo inaugurato un sistema semi presidenziale atipico, in quanto non esiste nella costituzione eppure votiamo indirettamente un leader di una coalizione in parlamento.

Nella sostanza abbiamo concesso dopo il 1994, non solo la Repubblica ma anche la nostra sovranità ad un nuovo potere che si ricicla e si rigenera nella malattia sociale e nazionale.

E' proprio quel sistema nato dopo il 1994 ad essere populista, perché attrae continuamente elettori attorno a valori vuoti e ad esigenze primarie mai risolte e sempre promesse.

Il punto è che, questa classe politica non riesce a dare equilibrio perché ruota attorno ad un sistema di potere regolato da meccanismi extra parlamentari e spesso di natura finanziaria e nasconde la propria incapacità risolutiva ora alle crisi economiche ora all'europa cui ha ceduto la nostra sovranità.

La questione è radicale e sociale, ed ognuno deve riflettere e ragionare su come riempire di valori questa nostra amata Repubblica, in assenza i contenuti rimasti saranno assorbiti da nuove esigenze popolari senza prospettiva e da una europa ingorda di attribuzioni e competenze tecnocrate e lobbiste.

Oggi nella società Italiana, fratelli senza lavoro aspettano, giovani senza futuro attendono, ammalti senza certezze languono, anziani senza risorse si chiudono nel silenzio e molti fratelli scelgono la via dell'emigrazione che risponde ad un esilio.

Chi rimane vive la politica costretto a rivolgersi al parlamentare di turno come fosse un signorotto medioevale, per qualsiasi circostanza; per chiedere aiuto, per avere riconosciuto un diritto, per vedere esaudito un interesse o per accedere ad un lavoro, che la costituzione dice essere valore fondante le istituzioni.

Personalmente ho riflettuto ed ho deciso che, non mi basta essere cittadino, non mi serve avere un pezzo di sovranità se non posso esercitarla e, soprattutto se non posso metterla in discussione quale valore, anche a costo di perderla.

L'albero della libertà, ogni tanto ha bisogno del sacrificio dei suoi patrioti per tornare a germogliare con nuove foglie verdi e libere.

Popolo, gente, cittadini e fratelli è il momento di svegliarsi e difenderci da una malattia endogena alle nostre viscere istituzionali, perché se è vero che, assente è il lavoro, assente la garanzia e la tutela della abitazione, privo di sostanza il diritto al voto, allora quel virus è già nelle nostre case e sta cambiando il nostro modo di vivere.

Stare a guardare, arrangiandosi ci rende complici di un delitto gravissimo, la sottomissione ad un potere illegittimo ed incapace servito su un piatto democratico che nella sostanza di democratico ha solo l'inganno di essere sovrani.

Un sistema che non permette all'elettore di scegliere i propri candidati è un apparato oligarca con l'aggravante che anche quest'apparato manca di prospettiva ideale e di autorevolezza istituzionale.

Pertanto, azione e determinazione, le parole d'ordine e d'onore.


Decadenza di una Nazione

La patologia che oggi si intesta a tutta la società italiana, nessuno strato escluso sembra essere quella relativa ad una perdita di identità nazionale.

Secondo autorevoli autori per nazione si intende: "...Ogni nucleo di esseri intelligenti, congiunti insieme da un principio interna di unità, che suole essere l'adesione della volontà dei singoli componenti a uno scopo ben determinato, costituisce un aggregato sociale, o una società in senso lato e generico. Perché sorga un'associazione umana di fatto non basta l'accostamento temporaneo e accidentale di alcuni individui, ma si richiede, oltre all'elemento umano dato dalla massa più o meno numerosa, un legame interiore, che unisca e cementi insieme le membra prima slegate e indipendenti, un principio informatore, che organizzi le singole cellule umane e ne impedisca la dispersione.

... "Queste due parti costitutive di ogni aggregato umano, sia naturale e necessario sia volontario e accidentale, si trovano nella nazione, la quale, componendosi di un nucleo umano stretto insieme da un principio informatore, entra a far parte di quegli enti collettivi, detti aggregati sociali.

Nondimeno la nazione non è una società nel senso stretto e specifico del termine. Esiste una società in senso stretto, quando, come avverte bene il Delos, si ha « un raggruppamento di persone umane in vista di un fine comune da proseguire e di uno scopo da ottenere mediante la convergenza e la coordinazione degli sforzi » (La société internationale,.).

Tuttavia questi elementi non bastano a costituire una società pubblica. La società pubblica raggiunge la sua perfezione e la sua perfetta costituzione, e diventa vitale, quando gli sforzi dei singoli sono diretti al fine naturale da un potere sovrano, che è come una sintesi delle volontà individuali interpreta autoritativamente le esigenze del corpo sociale.

Secondo la nostra Costituzione, gli elementi fondanti una Nazione sono:, un popolo, un territorio ed una sovranità.

In Italia oggi il popolo ha perso la sua ragion d'essere, non identificandosi più nel significato e nel sentimento nazionale di appartenenza e ciò lo percepiamo da diversi fattori esogeni ed endogeni alla vita pubblica e nazionale; non esiste più un Popolo d'Italia nel senso sentimentale e patriottico del termine, perché gli italiani sono apatici rispetto a tutto ciò che accade intorno a loro, interessando la loro vita di cittadini e soprattutto rispetto a ciò che interessa la propria nazione.

La cd "Piazza", cioè quella massa di gente semplice ed italiana ha ridotto la propria sfera di azione civica e pubblica, di interesse verso gli altri, chiudendosi nel proprio "io" che avvolge e interessa solo l'ambito familiare e personale, rendendo per tutto il resto estranei gli uni con gli altri, ogni cittadino italiano; come dire non sentiamo più di vivere insieme come nazione ma ci consideriamo al massimo dei buoni vicini di casa.

Questo è accaduto nel corso degli ultimi anni, Un po' causa della crisi economica, ma soprattutto a causa della crisi della Repubblica e delle sue Istituzioni (il cd Palazzo), corrotte concusse e non credibili agli occhi del sovrano: il popolo appunto.

Inoltre la diffidenza che i mass media hanno indotto nei sentimenti di ognuno, ha portato gli Italiani ad un atteggiamento contrario al concetto d'essere una nazione omogenea, compatta e solidale; infine uno stato sempre più assente politicamente ha intimorito tutti facendo arretrare la linea di azione popolare e civica cui ognuno dovrebbe credere.

Dunque siamo diventati un popolo anagrafico, ma non un popolo unito sentimentalmente rispetto a ciò che ci appartiene per volontà.

Ognuno sente di non poter contare né sullo stato e le sue istituzioni né sulla comunità italiana; le difficoltà e le aspettative, i timori e le speranze vengono affrontate in solitudine e personalmente perché lo sguardo non vede altro e non vede oltre.

Gli animi, le passioni, l'essere parte di qualcosa che ti abbraccia e ti protegge non si appassionano più davanti al declino sociale e culturale di uno dei paesi più belli al mondo, la nostra patria.

Prima si moriva per l'Italia e forse oggi, nessuno darebbe credito alla onorabilità alla moralità alla onestà; oggi chi è furbo, sa rubare, sa profittare, sa creare rapporti di connivenza con le istituzioni per ragioni di potere.

Ma l'Italia e gli italiani non sono questi; siamo un paese che ha saputo piangere e soffrire, ha saputo combattere e ricostruire, ha saputo produrre e risparmiare ed ha saputo concedere fiducia.

Venendo al territorio ed ai suoi confini, parrebbe che questi da un lato ci uniscono e delimitano e, dall'altro ci rinchiudono e limitano.

Inoltre con l'entrata in Ue si è completamente snaturato anche quest'altro elemento coniugante della nazione.

Siamo oggi cittadini europei senza una identità, senza storia e senza futuro.

Rimarrebbe solo l'ultimo degli elementi: la Sovranità.

In Italia la sovranità spetta al popolo.

Grande conquista che venne concessa al popolo eletto e riconosciuto sovrano. Ma oggi?

Oggi anche detto elemento costituente la nazione si è smarrito o si è fatto in modo di smarrirlo.

Certo il popolo non ha colpe.

In quanto la classe dominate e governante ha fatto in modo di alienare al popolo questo potere rendendo le genti, non più protagonisti della cosa pubblica ma, semplici destinatari di un potere non più riconosciuto.

Dunque a ben vedere gli italiani non sono soltanto e solamente lontani dalle istituzioni e dal potere della politica, ma hanno una ragione più profonda che li rende patologicamente estranei al circuito pubblico e nazionale.

Una ragione che investe aspetti più intrinseci dell'essere popolo e dell'essere nazione.

Siamo e viviamo nello stesso territorio ma non abbiamo un sentimento un animus status che ci unisce, che ci rende e fa sentire un unicum.

Lo rinveniamo, come anzidetto, in molteplici casi ed aspetti.

Qualsiasi notizia che riguarda la vita e la sfera collettiva della nazione, non interessa più di tanto e la si lascia cadere nell'oblio.

qualunque voce che riguardi Italiani, rapiti in India o uccisi in Egitto, provocano indignazione e sgomento ma non suscitano sentimenti di piazza e di azione civica.

Il popolo è depresso socialmente e non ha stimoli ad agire ed intervenire per riprendersi ciò che gli appartiene, ... la sovranità popolare.

Infatti prima di riprendersi il proprio potere legittimo e sovrano il popolo deve riscoprire di essere una nazione, deve riscoprire la propria italianità.

Una italianità che ci vede eredi del più grande impero del mondo, l'impero romano; che ha saputo dare stabilità, ordine, organizzazione e linea politica ad un continente intero ed oggi quello stesso sentimento è nella genetica italiana ed aspetta solo di essere riscoperto e stimolato.

Diversamente una società omogeneizzata ed assuefatta dalla violenza massiva dei media ( la cd ideocrazia che induce a riflettere e pensare), rischia di aderire ad un progetto che esula rispetto all'essere popolo ed all'essere di nazione, vanificando non solo ciò che è stato ma anche ciò che sarà.

Oggi occorre riscoprirsi eguali innanzi al concetto di nazione, per condividere un disegno comune.

È importante perché quel disegno di società e di speranza domani possa essere colorato dai nostri figli.

Dio benedica l'Italia. 



Quel falso populismo.
Non c'è dubbio che il governo attuale abbia difficoltà.
Il gravame pesa sui tecnici chiamati ad assecondare le promesse dei politici.
Purtroppo adesso iniziano ad emergere le assenze di finanza.
Non potendo ammettere la realtà il compito viene affidato ai politici, perché s'inventino qualcosa per prendere tempo e per attribuire eventuali colpe alla futura impossibilità a potere realizzare le promesse agli elettori.
Una buona idea è quella di invocare a cause transnazionali ed europee, magari ai mercati ed alla finanza.
Già il governo Berlusconi lo aveva fatto con buoni risultati.
Ed ecco quindi che il populismo, falso nelle idee e nella sostanza di sistema, chiede aiuto alla finanza UE.
Sarebbe interessante se a questo invito non seguisse una reale azione della finanza, così da mettere a nudo almeno la fantasiosa risposta circa le ragioni vere di una incapacità, forse spinta si troppo a lungo.
Spiace che persone dal profilo internazionale facciano parte del governo, così dichiaratamente populista.
Che poi di populista cos'ha, se non si richiama ai valori sovrani e della nazione.
Sarebbe stato populista se avesse avuto tra i primi punti l'uscita dall'Europa con il ripristino della sovranità nazionale e monetaria.
Detto ciò, ai posteri l'ardua sentenza.
Per quel che rimane da aggiungere, i comici mi son sempre piaciuti, ma devo dire che non tutti sono capaci a far ridere.

I responsabili.

La responsabilità è una congruenza con un comportamento.
Esistono poi, la moralità, l'etica, il senso civico, il rispetto, l'autorevolezza e l'impegno servizievole che in determinati ambiti, la politica ne è uno, in cui questi aspetti devono essere colmi di sostanza.
Detto ciò ritengo che, da parte di taluni partiti e movimenti che si dicono popolari e nazionali, i cui rappresentanti si proclamano umili e semplici, se ci pensate hanno violato o comunque disatteso di rispettare queste prescrizioni, ripeto morali e personali, ma comunque rispettose della fiducia di milioni di cittadini.
Perché l'avere svolto attività parlamentare per 5 o 10 anni, da sola non attribuisce meriti, esperienza, conoscenza o ancor più grave legittimazione a ricoprire cariche Istituzionali Ministeriali.
E se, I propri movimenti hanno quali massimi esponenti, uomini che nella vita lavorativa non hanno maturato un necessario bagaglio di competenza non dovrebbero neanche proporsi.
In questo modo la meritocrazia, i concorsi, gli esami, le abilitazioni che valgono per tutti, sarebbero relegati a semplici fogli di carta macchiati d'inchiostro, secondo la fisica.
Se oggi, l'espressione delle istituzioni d'Italia sono due giovani ministri, assolutamente discutibili sul piano scientifico e formativo, è un dato riflessivo per tutta la società, almeno per due motivi.
Il primo, perché ci rappresentano.
Per il secondo perché sono massima espressione di quei movimenti che, stando ai sondaggi sarebbero i più graditi.
Se l'Italia e gli italiani meritano questo, allora è davvero necessario ed auspicabile un risorgimento culturale e nazionale, perché le responsabilità non è loro, capaci a farsi nominare, ma nostra, elettori consapevoli di un popolo che si dice responsabilmente Sovrano e pertanto complice e specchio delle sue istituzioni.